I sacrifici altrui e la mia passione

Sta risuonando l’inno italiano. Lo manda in onda la Rai, in attesa di quello “ufficiale”  per la medaglia d’oro conquistata da Fabio Basile, specialità judo. E’ il 200esimo oro italiano nella storia delle Olimpiadi, arrivato in una giornata di gloria per la coppia Dallapè-Cagnotto (argento nei tuffi), della Giuffrida (argento nello judo), della Longo Borghini (bronzo nel ciclismo). Ho trascorso parte del weekend in trepidazione, appassionandomi a gare di cui non conosco esattamente le regole e ad atleti in gran parte sconosciuti. Ho stramaledetto il destino per la caduta di Nibali e per il mancato podio delle ragazze del tiro con l’arco. Aspetto Federica Pellegrini, Gregorio Paltrinieri e chissà quante altre sorprese, in discipline che seguo con attenzione solo ogni quattro anni. Le Olimpiadi hanno questo potere, almeno per me: mi fanno innamorare di “cose e persone”, esaltano il mio patriottismo di solito latente, mi fanno pensare e ripensare ai sacrifici fatti   da atleti  tutt’altro che celebri. Chissà quante frecce hanno tirato, nella loro vita, le ragazze che si sono sfidate nel sambodromo di Rio; chissà quante ore di tatami ha trascorso Basile e quante volte hanno salito gli scalini per raggiungere il trampolino la Cagnotto, la Dallapè ma anche le altre protagoniste di una finale senza storia, solo perché ci sono cinesi fuori categoria. E quante volte avrà impugnato il fioretto Garozzo. Non avevo mai sentito parlare di lui, prima di stasera. Mi si dice che è alla prima Olimpiade e che si tratta di un outsider. E’ italiano.  Sta combattendo per l’oro.

basile

Massimo Brusasco

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