Il mestiere del tifoso (senza pensione)

Il mestiere del tifoso, se fatto bene, è uno dei più impegnativi. Devi seguire la tua squadra, controllare le rivali, spasimare per i tuoi idoli, gufare contro gli altri. Una volta la cosa era limitata alla domenica e, eventualmente, al mercoledì di coppa. Adesso si gioca sempre, si è bombardati di notizie “che bisogna sapere”, da dibattiti televisivi ai quali bisogna partecipare emotivamente, almeno per insultare l’opinionista che non la pensa come te. Un tempo  c’era la discussione al bar che finiva quando il bar chiudeva; adesso i social network ti impongono un dibattito continuo; devi dire, anzi scrivere,  la tua (sei un tifoso, cavolo, non puoi stare passivo), concordare con chi la pensa come e te e biasimare chi ha opinioni diverse. Il tifoso non può, poi, permettersi di staccare la spina, perché non è che la squadra, d’improvviso, ti esca dalla mente per ricomparire giorni e giorni dopo. Il tifoso, inoltre, è di solito uno sconfitto perché, per logica e statistica, sono molto più le squadre che a fine stagione non vincono rispetto a quelle che ottengono riconoscimenti (dallo scudetto alla coppa, dalla qualificazione a competizione europee alla promozione nella categoria superiore). Il tifoso è quello che si scalda, che ha sbalzi di umore, che prima idolatra e poi insulta, o viceversa. Il tifoso, per tutte queste ragioni, andrebbe almeno compreso, se proprio non si vuol fare una legge che lo tuteli. E’ un mestiere complicato. Usurante. E’ un mestiere che uno non cerca: se lo si trova all’improvviso, di solito da ragazzino, età in un cui non si manda neanche il curriculum.  Al tifoso  si dovrebbe dare una sorta di accompagnamento, a un certo punto della vita, se non proprio la pensione. Il tifoso dell’Alessandria Calcio, poi, meriterebbe riflessioni più approfondite. Ma questa è un’altra storia (e magari sarà un altro post).

Massimo Brusasco

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