Il diritto alla soddisfazione

Ho fatto trascorrere un po’ di tempo, sperando che l’odio emerso nei giorni scorsi sia evaporato almeno un po’. E vi dico che ho festeggiato lo scudetto della Juventus. Esattamente com’ero rammaricato dopo la meritata sconfitta con l’Ajax, così sono stato felice dopo un tricolore meritatissimo, decidete voi se più per la forza di chi ha vinto o per le lacune di ha perso. E’ ovvio che l’avrei barattato con la Coppa, ma è altrettanto vero che vincere non è mai scontato, che il calcio non è matematica, che le variabili sono proprie di una disciplina in cui un palo, una parata, un infortunio, un fuorigioco millimetrico  possono cambiare la suonata. Tra tutte queste variabili (di cui, a livello europeo, fanno le spese club blasonati e monetariamente potenti), la certezza della Juventus che vince in Italia non può essere solo un premio di consolazione. Ecco perché festeggio, anche se il sapore del primo scudetto di Conte era decisamente più intenso di quest’ultimo di Allegri.  Era lo scudetto, quello di otto anni fa, arrivato dopo due settimi posti che seguirono la stagione in Serie B. E poi, alla fin fine, dal momento che la soddisfazione è un diritto (che dovrebbe essere sancito dalla Costituzione), a me piace di gran lunga provarla  vincendo e non limitandomi a festeggiare perché gli altri perdono, come ho notato anche di recente, con contorno di acredine, odio e  insulti capaci perfino di soffocare la legittima ironia di chi ha  in archivio battute ritrite e non vede l’ora di tirarle fuori.

Massimo Brusasco

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