Penso che una frase che dovrebbe sempre guidarci è  “meno è meglio”. Quando una cosa non ci piace, dobbiamo augurarci, almeno, che sia corta. Se ci piace, rischia di non piacerci più qualora si dilatasse. E, comunque, se si interrompe “sul più bello”, ci lascia non solo curiosità ma voglia che prosegua. Un retrogusto dolce, per dire. Ci sono campioni dello sport, ad esempio, che lo hanno capito, interrompendo fulgide carriere quando la parabola discendente era appena avviata. L’esame per l’iscrizione all’albo dei giornalisti prevede, tra le prove, “la sintesi”: ci sarà un motivo, no?  Siamo reduci dalla prima serata del Festival di Sanremo, che è cominciata di martedì ed è finita col mercoledì iniziato da mo’. Quattro ore e passa, più il Dopofestival, interrotto dal canto del gallo. Non è obbligatorio sintonizzarsi su Raiuno, per carità, e il telecomando resta un’arma preziosa (compreso il tasto on-off). Capiamo ragioni di budget e di share, ma è evidente che questa maratona infinita ti porta, alla fin fine, a esprimere giudizi negativi e a buttare nel tritarifiuti anche quel che, invece, non andrebbe rifiutato, perché di qualità elevata. E’ una partita persa la questione della lunghezza, condizionata da un ritmo spezzato da infiniti spazi pubblicitari e dalla tiritera dell’elenco dei numeri per votare. Vinto dalla tentazione di scrivere anch’io sul Festival, ora vado a riposarmi, altrimenti stanotte non riuscirò a tenere fino alla bell’ora.