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Se non fossi piemontese

Non sono mai stato tifoso di Maradona semplicemente perché ha sempre giocato in squadre che erano “contro” le mie (includendo la Nazionale). E’ chiaro che ne apprezzavo le doti. Ma sono un freddo piemontese. Amando l’ironia e il genio di Platini non potevo riservare egual passione al suo avversario principe (al quale, peraltro, preferivo Zico, ma questa è un’altra faccenda).

In condizioni diverse, sarei stato, nelle scorse ore, in pellegrinaggio al San Paolo o magari tra la folla in lacrime in Argentina. Avrei osannato il Dio del pallone che mi ha dato quello scudetto mai vinto prima (né dopo, per ora) e fatto “sognare sogni” che non avrei neanche immaginato… Avrei pianto con quelli a cui Maradona ha indiscutibilmente regalato giorni, settimane, mesi e anni di felicità assoluta, e gli avrei perdonato il non poco che del Pibe s’è scritto nelle pagine della cronaca nera.

Partecipo come molti al giochino su chi sia stato il più forte calciatore del mondo (quando Brera disse Pedernera, andai a documentarmi), continuando però apprezzare il calcio come un gioco di squadra in cui i campioni, coi loro colpi di genio, sono determinanti.

E’ morto un fuoriclasse, forse quello assoluto, che giustifica un clamore mediatico che ci accompagnerà ancora per un po’. Se n’è andato (come?) un uomo dalle mille contraddizioni e dagli eccessi infiniti. Esagerato in tutto, per questo memorabile.

La banale influenza

In pochissime ore, il Covid s’è portato via tre persone che conoscevo. Non ve ne sto a elencare i pregi. Erano persone non giovanissime o con qualche problema fisico pregresso. Il virus ha dato il colpo di grazia decisivo e questo è innegabile. Perché il Covid esiste e uccide ed è allucinante che ci sia chi ancora pensa il contrario.

Ieri me lo ha descritto nei dettagli Clotilde, una 37enne, moglie e mamma, che ha contratto il virus. Si è salvata grazie al casco Cpap, ha sofferto a lungo, ha perso 15 kg in 20 giorni. Mi ha ripetuto che le “banali influenze” sono tutt’altra cosa. Mi ha raccontato di morti e di anziani, ricoverati come lei, che crollano psicologicamente per la mancanza dei legami coi famigliari. Si sta impegnando, Clotilde, per alleviare le sofferenze altrui, ha lanciato iniziative solidali di successo. A teorie sballate ha risposto con la pratica.

Bisogna fare il tifo per Clotilde, per chi sta lottando contro virus e ignoranza. Quando tutto sarà finito, poi, i superstiti potranno avviare una discussione seria con chi, anche dalle nostre parti, nega il Covid. Così, giusto per capire.

Ps: si potrebbero invitare al dibattito, ad esempio, medici e infermieri che stanno continuando a lottare…

Più giornali, meno social

Sono clamorosamente di parte, ma c’è un perché. Premessa: sul “Piccolo” di venerdì, una pagina è dedicata ai politici della provincia di Alessandria e a come utilizzano i social. Negli ultimi tempi, si sono distinti razzisti, sprovveduti, inopportuni, maleducati… motivo per cui lo scrittore-politologo Marco Revelli, nel corso di un’intervista che ci ha rilasciato, dice: “Ai politici bisognerebbe vietare i social”.

Grazie se avrete la bontà di leggere. Ora, senza voler dare lezioni a nessuno, sintetizzo la differenza tra un giornale e i social (anche i blog!), ricordando semplicemente che una testata giornalistica è registrata in tribunale e ha un direttore responsabile, oltre che, in molti casi, professionisti o, perlomeno, pubblicisti che non sono capitati per caso in una redazione. Quel che viene pubblicato non è mai frutto dell’istinto, ma è sottoposto a verifica. Poi si può sbagliare, certo, ma la stella polare resta il codice deontologico, che ben dovrebbe sposarsi con la sensibilità individuale. Vi tralascio altre ovvietà.

Poi se i politici vogliono continuare a considerare i social come un organo di informazione… facciano pure.

Alle 21 parliamo del Viga

Stasera, martedì 17, alle ore 21, presenterò in diretta il libro “Le mani del mago”, dedicato a Sergio Viganò. Sarà una chiacchierata per raccontare un grande personaggio, protagonista del calcio italiano. Con me ci saranno Antonio Frisina e Mauro Rizzin, che di Viganò sanno molto.

Il libro, edito da Bradipolibri, è disponibile nelle librerie e acquistabile su tutti i bookstore online.

Seguite la diretta copiando sulla barra degli indirizzi il seguente link:

https://meet.google.com/zwf-bsjk-jhv?hs=122&authuser=1

Vi aspetto!

Il teatro maltrattato in tv

Poi uno non si deve incazzare. Rete4 sta portando il teatro in televisione (da martedì a stasera) e la cosa dovrebbe essere utile per avvicinare il “grande pubblico” e, in generale, per dare ampia vetrina, e forse dignità, a un’arte spesso relegata in secondo piano, se non proprio dimenticata dalla tivù, fatti salvi esperimenti Rai su canali periferici.

Grazie a Rete4, dunque. Peccato che mandi le commedie intorno a mezzanotte. Vabbè – mi sono detto – non si può pretendere. E poi, comunque, sono nottambulo. E chi non lo è può, eventualmente, programmare la registrazione…

Ieri (anzi, stamattina…), la commedia “Margarita e il gallo”, con Gianfelice Imparato e Maria Amelia Monti, annunciata per le 00.05, è andata in onda con un’ora di ritardo, supportata però da reiterati annunci che, durante la trasmissione precedente, “Quarto grado”, ci facevano sapere che lo spettacolo era previsto “in seconda serata”.

A parte l’almeno discutibile definizione (secondo me, più che di “seconda serata” si sarebbe dovuto parlare di “prima mattina”), questo posticipo di un’ora è la palese testimonianza dell’approssimazione italiana, della superficialità di una Repubblica fondata sul ritardo. E, nello specifico, è un’assoluta mancanza di rispetto non solo per i telespettatori in attesa (io, ad esempio) ma per un’arte nobile che andrebbe trattata con devozione.

La commedia di stasera, sabato, è annunciata per le 23.35. Si intitola “Il medico dei pazzi”, un testo di Eduardo Scarpetta diventato anche successo cinematografico. Molti anni fa, con un po’ di spregiudicatezza, la Compagnia Teatrale Fubinese trasse ispirazione da quella pièce per portare in scena “Io so pazzo, tu sei matto”. Mi piace ricordare, sperando si torni presto agli spettacoli dal vivo. Per ora accontentiamoci di far nottata davanti alla tivù.

Saremmo stati pronti…

Se tutto fosse stato normale, noi domani sera saremmo andati a teatro. Avremmo apprezzato la compagnia di Quattordio, ci saremmo dilettati con Pirandello e Cechov, avremmo trascorso una piacevole serata al Teatro dei Batù di Fubine, dove sarebbe cominciata la 24esima edizione di “Fubine Ridens“, la rassegna della Compagnia Teatrale Fubinese.

L’inguaribile ottimismo che ci pervade, ci ha indotto ad approntare un cartellone che, per il momento, resta teoria. Mi auguro che il prossimo post dedicato alla rassegna sia di altro tenore. Il teatro non può morire e noi, nel nostro piccolo, cerchiamo comunque di tenerlo in vita.

Aria fresca

C’è bisogno di aprire una finestra sul muro del Covid. Il martellamento di notizie dedicate al virus ci manda a volte in overdose, pur riconoscendo, ovviamente, l’utilità di sapere. Però bisogna anche tirare il fiato, per non mandare il cervello al macero, tra regioni colorate, codice Rt, curve di contagio e vaccino che, come ci hanno spiegato, dovrebbe arrivare ma l’Italia non è pronta ad accoglierlo (!).

Ecco perché sul “Piccolo” di oggi trovate molte notizie che col virus non c’entrano e che, anzi, sono (quasi) all’insegna della leggerezza. Vi segnalo solo quella relativa ai distributori “self service” con le istruzioni in dialetto. “Attendere prego” diventa “Specia ‘na minuta” e anziché “Introdurre le banconote” la voce dice “Buta i sold”. Niente che rivoluzioni le nostre giornate, ma almeno questa, come altre news che ci siamo consessi il piacere di pubblicare, ci dona un mezzo sorriso e una goccia di spensieratezza che purtroppo non lava i problemi.

Tre o quattro prime pagine

Questo è un periodo in cui se un giornale avesse tre o quattro prime pagine saprebbe certamente come riempirle. Scrivo alla rinfusa, mescolando il local col global. E’ il primo anniversario della strage di Quargnento, in cui morirono tre vigili del fuoco; l’America sceglie il presidente e mai sfida è stata più discussa, violenta, sorprendente; il Covid riempie gli ospedali e miete ancora vittime; il nosocomio di Tortona è al collasso; il decreto della Presidenza del consiglio “chiude” il Piemonte con tutte le conseguenze economiche immaginabili; 26 anni fa, l’alluvione sconvolse il Piemonte (78 i morti); stamani sono stati celebrati i funerali di Gigi Proietti.

Ora non resta che trovare buone notizie, per respirare un po’.

Morire al momento giusto

Io ho due idoli e uno è morto ieri. Gigi Proietti se n’è andato, credo nel momento giusto, ammesso che ci sia un momento giusto per andarsene. E’ morto il 2 novembre, giorno del suo 80esimo compleanno. Come colpo di teatro non c’è male. Non è questo però il “momento giusto”.

Proietti, che ci ha sempre regalato risate (era molto, moltissimo, ma lo considero anzitutto un arguto comico), se n’è andato in un periodo reso tragico da un virus che non riusciamo a sconfiggere, che ci riempie gli ospedali, che ci costringe al terrore, che affolla notiziari di continuo.

Ieri, pur con l’evento luttuoso, abbiamo riscoperto allegria e sorrisi. Ci hanno raccontato, descritto e soprattutto mostrato il grande Proietti, fenomenale in ogni cosa che faceva, compreso rendere sublimi barzellette senza apparente valore. Abbiamo respirato aria fresca e lo faremo ancora per qualche giorno, grazie a chi rievocherà Ammicca, Toto e Mandrake.

L’altro mio idolo del mondo dello spettacolo sta bene. E’ anziano, ma tiene botta.

Non scrivo niente di nuovo

Se cercate originalità, lasciate perdere questo post. Non scrivo niente di nuovo, ma credo sia necessario ribadire per unirmi, virtualmente, a chi sta difendendo la cultura, scatolone in cui entrano il teatro, la musica, il cinema e tutte quelle arti che stanno subendo gli effetti del decreto ben noto.

Io, come altri, penso che le possibilità di contagio non siano in una platea ma in altri contesti. Lo sa probabilmente anche chi ha dovuto assumere decisione e ha pensato, in definitiva, che chiudere significhi comunque creare “meno movimento”. Nessuno, dunque, si sposta per andare a vedere uno spettacolo, ma sui trasporti pubblici si viaggia ammassati come sempre. E’ una contraddizione, forse necessaria, forse di no. Che ci sia qualche stortura, però, è innegabile.

Lo dicono tutti quelli dei settori penalizzati. Dunque, non scrivo niente di nuovo. Scrivo però per ricordare che la cultura non può essere considerata la cenerentola, tanto più che, come ben noto, è un’importante fonte di reddito. Domenica alle 16, in piazza Santa Maria di Castello di Alessandria, si inneggerà alla cultura. Un ritrovo di attori, amici, simpatizzanti non solo per dimostrare che si è vivi, ma perché si vuole continuare a esserlo.