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Quando tutto cominciò

Chi ha almeno cinquant’anni ricorderà il terremoto del Friuli. Fu epocale. Riempì le cronache per diversi giorni. Cominciammo a sentire parlare di protezione civile, si mise in moto un’eccezionale macchina dei soccorsi. Sarà che quando s’è bambini certe cose restano impresse, ma le immagini che arrivavano da Gemona e dintorni non le dimenticherò facilmente.

Era il 1976. Il 6 maggio, per la precisione. Quindi 45 anni fa. Il mio paese, Fubine, si attivò per costruire una casetta in legno da inviare a una famiglia che aveva perso quella vera. Per reperire fondi, il gruppo della parrocchia (e dintorni) decise di allestire una commedia per il periodo natalizio. La tradizione del “nostro” Gelindo nacque allora. Senza quell’esperienza, probabilmente, non si sarebbe sviluppata la Filodrammatica, da una costola della quale, nel 1981, venne fondata la Compagnia Teatrale Fubinese, che ancor oggi, 40 anni dopo, è sulla scena.

Dal letame nascono i fior, cantava De André. In questo caso, da una tragedia è sbocciata un’iniziativa solidale che, poi, è continuata come chi ci segue ben sa. La foto non è di quel 1976, ma di poco dopo. Era comunque Gelindo. Con me, Angelo Balestrero, che ci ha lasciato straordinari ricordi.

Cenerentola al ballo

L’ipotesi della SuperLega (ma non piace, l’ho scritto qualche post fa) ha irritato fiumi di critici e semplici tifosi, dimentichi, comunque, che ormai da tempo il calcio è soprattutto business e che le società di calcio vivono in una dimensione che non ha niente a che vedere col nostro quotidiano (provate voi a permettervi deficit milionari, se ci riuscite). Il tutto con la complicità della Uefa, che tollera ciò che, tutto sommato, le fa comodo garantendole tornaconto.

Di ieri è la notizia che la Coppa Italia “principale” sarà limitata alle squadre di serie A e serie B. Chi abita dalle mie parti ricorderà il 2016: l’Alessandria, formazione di serie C, arrivò a giocarsi le semifinali del torneo con formazioni del calibro di Juventus, Inter e Milan. Col Milan si giocò l’andata a Torino e il ritorno a San Siro. Fu memorabile, anche se, probabilmente, l’impegno gravoso incise sulla stagione (ennesima promozione mancata).

L’augurio è che i Grigi possano essere nel ranking: significherebbe che saranno promosse in B, a sto giro. La certezza è che, escludendo le cenerentole dal ballo dei principi, si tarpano le ali alle speranze di rivedere una presunta grande contro una presunta piccola, togliendo quel fascino che in Inghilterra ben conoscono (le imprese impossibili, là, riescono spesso) e in Francia è diventato leggenda grazie al Calais.

Quarant’anni, un logo

Siamo lieti di presentare il nuovo logo della Compagnia Teatrale Fubinese, quello che ci accompagnerà per tutto il 2021, nel 40esimo di fondazione del nostro sodalizio. Grazie ad Alessia, Lavinia e non solo, ecco il simbolo che ci porteremmo appresso: sarà in vari colori.

Lo presentiamo oggi, 3 maggio, perché per noi è una giornata importante. Non solo compie gli anni Cesare Langosco, elemento fondamentale della Compagnia, ma anche perché in questa data, nel 2007, abbiamo perso don Franco Cipriano, parroco e amico dei “teatranti”. Lo ricordiamo ogni anno, inizialmente anche attraverso spettacoli, perché a Fubine ha seminato benissimo (come potrebbero testimoniare anche all’associazione L’Abbraccio).

Siamo nati 40 anni fa (primo spettacolo “Bitta ‘na suocera an cà”) e abbiamo voglia di tornare in scena. Speriamo che l’emergenza ben nota ci consenta di incontrarci di nuovo, per divertirci insieme.

Domani la ripartenza

Abbiamo scelto la giornata di domani, 3 maggio, per dare il simbolico via ai festeggiamenti dei 40 anni della Compagnia Teatrale Fubinese. La data non è casuale: il 3 maggio ricordiamo (prima lo facevamo anche con un evento ad hoc) don Franco Cipriano, parroco di Fubine morto prematuramente. Era un amico (e anche un po’ attore…) della nostra Compagnia Teatrale. Scegliamo il “suo” giorno (quello in cui purtroppo ci ha lasciato) per iniziare un’annata che speriamo possa includere iniziative interessanti e piacevoli, per le quali stiamo già lavorando.

A domani, dunque. La Compagnia Teatrale Fubinese invecchia, ma si impegna per farlo nel migliore dei modi.

Teatro, noi ci proviamo

Nel 2021 la Compagnia Teatrale Fubinese compie 40 anni. Purtroppo, come ampiamente noto, ci confrontiamo con una pandemia che limita le attività. Posto che la salute viene prima d’ogni altra cosa, noi proviamo comunque a organizzare festeggiamenti “come si deve”, nella convinzione che siamo riusciti a raggiungere un traguardo importante.

Abbiamo progettato iniziative che, se proprio non faranno rivivere appieno la nostra storia (40 anni sono tanti; pensate a quante persone abbiamo coinvolto in tutto questo tempo…), certamente la racconteranno in modo significativo. Lo faremo con quattro appuntamenti, che abbiamo pensato per l’estate, sempre ammesso che l’emergenza ce lo consenta.

A breve, vi daremo notizie più precise. Quel che è certo è che, pur a distanza, stiamo lavorando per regalarvi (e regalarci) qualcosa di speciale.

SuperTele e SuperLega

Io sono dell’epoca del SuperTele e di un calcio che ti faceva emozionare con poco (a quell’epoca, per ragioni anagrafiche, era anche più semplice lasciarsi emozionare, capirete). Ho assistito a infinite rivoluzioni del mondo del pallone, alcune ottime (la regola del retropassaggio al portiere, la gol line technology), alcune discutibili (a me la Coppa delle Coppe piaceva, per dire), altre pessime (i procuratori che guadagnano più di un luminare della medicina, per citare uno scempio).

Sento parlare di SuperLega, ovvero un torneo parallelo tra le più forti squadre d’Europa, come se la Champions non bastasse più. Non ho ancora avuto modo di entrare nei meandri del concetto, ma, messa giù così, mi sempre uno stravolgimento della logica e una folle concessione al business, come se il calcio fosse solo denaro (in effetti…).

Io tifo per la sopravvivenza, in tutto e per tutto, del nostro campionato nazionale, quello che permette al Benevento e allo Spezia di giocare contro la Juventus, l’Inter e il Milan (e magari pure di vincere), quello che probabilmente sarà vinto dalle squadre più ricche, ma che ti fa sobbalzare quando trovi il Verona di Bagnoli o quella meravigliosa Sampdoria di Vialli e Mancini, o il Chievo dei miracoli, o il Sassuolo di oggi, o l’Atalanta che ormai è nell’Olimpo. E infine: vincere a Manchester sarà pure suggestivo, ma poi, nel bar sotto casa, mica trovi un inglese da sfottere.

Io e il “quasi Nobel”

Ho avuto la fortuna di conoscere Jovan Divjak. Classe 1937, è morto pochi giorni fa; è noto per essere stato un difensore della causa bosniaca, lui di origini serbe, durante la sanguinosa guerra civile che, tra il 1992 e il 1995, ha colpito l’ex Jugoslavia.

A Divjak chiesi semplicemente il perché di quella guerra. Mi raccontò dell’equilibrio precario tra etnie diverse, della sete di potere di Milosevic e di un’Europa che è stata spettatrice del massacro. Lessi poi il suo libro, “Sarajevo mon amour”, e mi sono sentito clamorosamente ignorante, molto più di quanto pensassi di essere.

La grandezza di Divjak sta anche nella sua profonda umanità, nella grande generosità, nel suo sapersi rapportare con i suoi interlocutori, in particolare i giovani, senza mai far pesare né ruolo, né curriculum, né la candidatura a Premio Nobel per la pace. Sono infinitamente grato all’associazione Sie di Alessandria, con la quale andai in Bosnia, per avermi fatto incontrare Jovan, al culmine di un’esperienza che non dimenticherò mai.

Padre Leone, l’indimenticato

Una delle cose di cui vado fiero è il libro “Lo chiamavano Padre Leone”, che dedicai a don Ezio Vitale. Me lo ispirò Ferruccio Vitale, grazie al quale conobbi, purtroppo indirettamente, la vita e le opere di un prete straordinario, capace di mostrare la propria grandezza tanto nella diocesi di Alessandria, e a Valenza in particolare, quanto in Kenya, dove andò in missione. Don Ezio morì in Africa, nel giorno di Pasqua: la chiesa in cui si apprezzava a celebrare messa crollò a causa del maltempo. E per lui non ci fu nulla da fare. Era il 1985. Sono passati molti anni, ma Padre Leone viene ricordati di continuo. Ha seminato benissimo. E gran parte dei semi, per fortuna, hanno attecchito, all’insegna della bontà d’animo e della generosità.

Non mi dilungo. Vi lascio però, se gradite, la visione di un filmato che spiega molto di don Vitale.

Lo trovate qui: https://www.youtube.com/watch?v=Er2nl7GqR8I

Compagnia… avanti!

Dopo la “Dad”, abbiamo sperimentato la “Rad”, ovvero la riunione a distanza. Ci voleva. Non ha niente a che vedere con gli appuntamenti in presenza ma, come ormai è chiaro, bisogna fare di necessità virtù. Dunque, stasera la Compagnia Teatrale Fubinese si è ritrovata, per progettare (compatibilmente con quello che ci concederà l’emergenza) il futuro, in un 2021 che per noi è molto significativo. Compiamo 40 anni, un traguardo che abbiamo raggiunto mescolando entusiasmo e fatica, sorrisi e preoccupazioni, mietendo spettacoli, perché ne sono stati proposti in quantità.

La speranza è di tornare in scena presto. La certezza è che, quando sarà, lo faremo con la voglia di divertirci e di rallegrare il pubblico. Stasera abbiamo gettato basi su cui costruire. E presto vi presenteremo anche il logo che ci accompagnerà in un 2021 speciale, sempre ammesso che, bella stagione, vaccino e un po’ di fortuna, ci tengano a distanza un virus che, purtroppo, sta ancora condizionando le nostre vite.

Che Vita (casalese)

Siamo partiti dallo stesso “luogo cartaceo”, ovvero “La vita casalese”, il settimanale della diocesi che è mia ed è stata sua. Le nostre firme si incrociavano spesso. Per me, dunque, Paolo Filippi è sempre stato quello che scriveva sul giornale dove debuttai pure io. Siamo nella seconda metà degli Anni Ottanta. Lui classe 1962, io un po’ più giovane. Lui che ha sempre detto di voler fare il giornalista ma s’è dedicato a tutt’altro, io che, invece, faccio il giornalista perché, per quel che avrei voluto fare davvero, non avevo doti (e così il calcio è rimasto una passione).

Paolo Filippi è morto all’alba di Pasqua, stroncato da un infarto. E’ stato molte cose, soprattutto un politico. Di lui mi restano gli sfottò calcistici (non so se era più milanista o più anti juventino, ma non importa), l’amore per le nostre colline, il senso dell’ironia. E quei trascorsi “di penna” o, meglio, “di macchina per scrivere”, in attesa che inventassero i computer…