Confesso di non avere particolare simpatia per il ministro Poletti e non so bene per quali motivi si sia meritato l’incarico, affidatogli da Renzi e confermatogli da fotocopia-Gentiloni. Poletti preoccupa spesso tanto per quel che fa quanto per quel che dice. L’ultima sparata suona così:  “Il lavoro? Meglio giocare a calcetto che inviare curricula”. Inizialmente non sapevo se sorridere, deprimermi o vergognarmi (per lui). Poi però ci ho ragionato su, e ho pensato a quanti curricula vengono spediti a pioggia, talvolta senza alcuna selezione dei destinatari, da parte di gente in cerca di occupazione, e ho ragionato su quante aziende con i loro “uffici del personale” archiviano o cestinano i curricula in questione, talmente tanti ne ricevono (e molti sono inappropriati al lavoro che potrebbe offrire chi li riceve). Inoltre  ho pensato alle partite di  calcetto, estendendo il concetto – perché così l’ha spiegata, poi, l’imprudente Poletti – alle molte realtà in cui persone si ritrovano, fra sport, cultura, svago, aggregazione in genere, momenti in cui si sviluppano conoscenze  e dove, necessariamente, si impara qualcosa della persona che si ha di fronte. E dove, infine, si matura, anzi viene spontanea, una sorta di selezione: questo è bravo, questo è intelligente, questo è capace, questo lo vorrei come collega, con questo non berrei neanche un caffè al bar… E così  ho rivalutato Poletti. Ha avuto il torto, penso, di dimenticarsi di essere ministro, dunque di ricoprire un ruolo istituzionale che richiede un linguaggio appropriato; ha avuto anche poca sensibilità, perché di certo ha irritato chi è in disperata ricerca di lavoro. Però, se ha inteso dire che  i rapporti umani sono da tenere in considerazione e che il “vis-à-vis” è un valore aggiunto, forse forse una cazzata non l’ha detta. E adesso vado a preparare la borsa, che stasera si gioca.