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Mai dire Rai

Quel che una volta era servizio pubblico ha dato un altro sfoggio di inefficienza. O meglio: s’è dimostrato un pantagruelico essere che fatica a muoversi quando è ora di correre. Domenica, ore 20 o poco meno. La notizia del mancato accordo tra il duo Salvini-Di Maio e il presidente Mattarella diventa ufficiale. Piaccia o no, per come (non) si è sviluppato il tutto è comunque qualcosa di storico, che non ha precedenti nella storia Repubblicana (così si dice da più parti, almeno). Mentre altre televisioni approntano dirette e smontano palinsesti, la Rai procede imperterrita nella sua programmazione, salvo poi ospitare Di Maio in collegamento telefonico con Fazio che, volente o nolente, gli ha garantito uno spot in prima serata. Ieri la Rai è corsa ai ripari con un paio di speciali (con la Berlinguer, ad esempio), ma intanto Mentana su La7 si era mosso con anticipo e, addirittura, sia Di Maio che Salvini avevano scelto, per le loro esternazione, il pubblico di “Pomeriggio Cinque”, trasmissione condotta da Barbara d’Urso, perfettamente a suo agio col trash delle ultime ore. Secondo me c’è qualche stortura.

La Rai che decide di perdere

Mi sembra un po’ troppo demagogica questa Rai che sta facendo male a se stessa. Io immagino la cosiddetta ‘tivù di stato’ come un pachiderma che fatica a districarsi tra mille uffici e burocrazia. Procede a passi lenti, mentre Sky, pur tra  difficoltà note, vola, agile,  brillante, eternamente giovanile. E, in mezzo, c’è Mediaset che in alcuni settori (intrattenimento, per lo più) mi pare ancora forte. E mentre La7 è in ascesa grazie all’informazione (un mix di volti nuovi e collaudati), la Rai fa notizia per i compensi delle sue cosiddette star, sulle quali vuole imporre un tetto. E’ logico? Io penso di no. Anzi, credo sia un’iniziativa anacronistica, oltre che demagogica  e populista perché “fa scena” sostenere che uno come Fabio Fazio, molto popolare,  non può guadagnare oltre un tot, mentre nei sottoscala della Rai chissà quanti dirigenti e direttori-di-qualcosa sono superflui o, comunque, immeritevoli delle cifre importanti guadagnano. I Fazio e quelli come lui  sono invece personaggi che rendono, in fatto di audience e di pubblicità collegata ai programmi che conducono. Sono come il centravanti forte che, a fronte di un ingaggio significativo, porta la squadra alla vittoria. Se la squadra non lo paga, lui passa  alla concorrenza. Alla Rai potrebbe succedere la stessa cosa, tanto più che emittenti pronte a investire non mancano (vedasi Crozza, finito a Nove). Forse non è quello degli ingaggi il vero problema di una televisione  che, negli anni, ha perso molte esclusive, a cominciare dallo sport, e resta a galla grazie a fiction indubbiamente ben scritte e interpretate (da attori che presto potrebbero avere il problema degli ingaggi…). Forse non si sono ancora accorti, in Rai, che i tempi sono cambiati. O forse ci illudiamo un po’ troppo noi, noi che con la Rai siamo cresciuti, la vorremmo sempre  propositiva, intelligente, incisiva, maestra e compagna di giochi.

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