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Cominciare così (fin che si può)

Iniziare l’anno correndo è una piccola sfida in cui c’entrano parole come: sveglia, volontà, articolazioni, fiato, nebbia, umidità, chilometri, traguardo, salute, speranza… Se vi va, abbinate un senso logico a ciascuna di queste parole e magari giustificherete il fatto che, ancora una volta, alle 9 del primo dell’anno mi cimento in questa impresa che di eroico ha poco, ma che può essere accompagnata da molteplici significati. Oltre che risultare di buon auspicio, mettiamola così (esattamente come gli acini d’uva, le lenticchie, l’indossare qualcosa di rosso…).

La notizia è che la piccola sfida, a patto che i postumi non si facciano sentire nelle prossime ore, è stata vinta. E con ciò vi auguro buon anno, naturalmente. Il resto lo ha detto Mattarella ieri sera.

E siamo ancora qua (eh già)

So che qualcuno aspetta questo post e che ai più non frega niente. Comunque stamani, come ormai tradizione del primo dell’anno, ci si trova di buon’ora a correre. A farmi compagnia, Gianluca Guglielmero, supertisti – noi – di un piccolo plotone che col tempo si è assottigliato. Cominciammo l’avventura quando non c’erano gli smartphone e per  la foto di rito si usava  la macchina fotografica. Signifca che qualche lustro è passato da quando decidemmo che sarebbe stato bello iniziare l’anno di corsa, consiederando l’iniziativa (bizzarra per molti) come una metafora della vita, oltre che un buon auspicio. Non vi tedio sui perché; sappiate solo che oggi, contrariamente a molte volte, ci siamo goduti un piacevole sole che, presto, ha alzato la temperatura (-3 quando mi sono svegliato). Voglio pensare che il buongiorno si vede dal mattino e non che siamo alle prese con l’irreversibile  surriscaldamento del pianeta… A tutti un buon anno, comunque (senza la necessità di dover correre).

Piccolo principe, riti e corsa

— Sarebbe meglio tornare sempre alla stessa ora — disse la volpe. Per esempio, se tu vieni sempre alle quattro del pomeriggio, alle tre io già comincerò ad essere felice. Più si avvicinerà il momento, più mi sentirò felice. Alle quattro comincerò ad agitarmi e sarò in apprensione; scoprirò allora qual è il prezzo della felicità! Ma se tu vieni quando ti pare, non saprò mai quando preparare il mio cuore… c’è bisogno di riti.

— Che cos’è un rito? — disse il piccolo principe.

— È una cosa purtroppo dimenticata — rispose la volpe. È ciò che fa di un giorno un giorno differente dagli altri, una certa ora, un’ora differente dalle altre ore.

… Buon 2018 col “Piccolo principe”. Su suggerimento di Gianluca, cito un passo del celebre capolavoro letterario perché stamani, con Gianluca stesso e con Gianni, ho ripetuto il rito della corsa di Capodanno. Ore 9, argini di Alessandria; 2 gradi, umidità a volontà, quasi nessuno sul tracciato canonico che tanto piace ai podisti. Abbiamo, dunque, rinverdito una tradizione ormai ultradecennale. La consideriamo di buon auspicio. Mescola sport (ma con lentezza…), natura, silenzi, sfida, voglia di combattere la pigrizia, un po’ di follia. Poi, chi vuole cercare metafore della vita è libero di farlo. Per ora, io, i miei due compagni, con il supporto della volpe e del piccolo principe, ci limitiamo ad augurarvi  buon anno.

 

Corsa, nebbia, sole e piedi per terra

Gli affezionati a questo sito sapranno ormai che il primo post dell’anno parla di running. Ormai da qualche tempo, inizio l’anno correndo. Ore 9, appuntamento con un ristretto gruppetto di amici per il canonico “giro dell’argine”. Stamani a tenermi compagnia c’era solo Gianluca; gli altri, attratti da mare e montagna, immagino ci abbiano seguito col pensiero. Iniziare l’anno correndo è un modo per mescolare metafora, buoni propositi, salute, sport, fatica, pensieri… Non abbiamo record da stabilire, solo l’incombenza di arrivare (senza troppi traumi). C’erano 5 gradi sotto zero, stamani, la brina a colorare. Il  sole sbucava dalla nebbia per allontanarla a poco a poco. Mi piace immaginare  che dopo le tante nebbie “del mondo”, torni il sole a dominare la scena. Lo penso mentre la radio mi descrive la strage di Istanbul, riportandomi immediatamente coi piedi per  terra (correndo, si sa, li si stacca sempre un po’ dal suolo).

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