Si potrebbe scrivere un trattato sui motivi per cui Francesco Gabbani ha vinto il Festival di Sanremo, relegando al secondo posto Fiorella Mannoia e al terzo Ermal Meta. Il trattato in questione conterrebbe disquisizioni sulla  voglia di disimpegno rispetto a temi un po’ più forti, come  inni alla vita e parole contro la violenza. Gabbani ha vinto con un ritmo che prende subito, un “alè” che rimane, lo Chanel, il Nirvana, i Buddha in fila indiana. E poi il balletto, che potrebbe diventare virale, con tanto di scimmia, personaggio e metafora. Ma siamo sicuri che Gabbani sia solo leggerezza? Io non credo. Io penso che sia una canzone che “dice cose”, che lancia accuse,  che mette a nudo la nostra superficialità e  il nostro essere scimmia, con la complicità del web. Certo, arrivano prima la musica, il ritmo incalzante,  gli slogan. Però, a leggere tra le righe – come in  “Amen” dello scorso anno – si scopre molto, ammesso che non ci si voglia soffermare sulle apparenze. Un po’ come è successo col “caso Diletta Leotta”, la giornalista che, pur trattando un tema importante (la violazione della privacy), è ricordata per  gesti maliziosi e gambe in bella vista. Comunque, a occhio e croce, ho l’impressione che Gabbani sia un po’ più in buona fede di lei.

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