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Il diritto alla soddisfazione

Ho fatto trascorrere un po’ di tempo, sperando che l’odio emerso nei giorni scorsi sia evaporato almeno un po’. E vi dico che ho festeggiato lo scudetto della Juventus. Esattamente com’ero rammaricato dopo la meritata sconfitta con l’Ajax, così sono stato felice dopo un tricolore meritatissimo, decidete voi se più per la forza di chi ha vinto o per le lacune di ha perso. E’ ovvio che l’avrei barattato con la Coppa, ma è altrettanto vero che vincere non è mai scontato, che il calcio non è matematica, che le variabili sono proprie di una disciplina in cui un palo, una parata, un infortunio, un fuorigioco millimetrico  possono cambiare la suonata. Tra tutte queste variabili (di cui, a livello europeo, fanno le spese club blasonati e monetariamente potenti), la certezza della Juventus che vince in Italia non può essere solo un premio di consolazione. Ecco perché festeggio, anche se il sapore del primo scudetto di Conte era decisamente più intenso di quest’ultimo di Allegri.  Era lo scudetto, quello di otto anni fa, arrivato dopo due settimi posti che seguirono la stagione in Serie B. E poi, alla fin fine, dal momento che la soddisfazione è un diritto (che dovrebbe essere sancito dalla Costituzione), a me piace di gran lunga provarla  vincendo e non limitandomi a festeggiare perché gli altri perdono, come ho notato anche di recente, con contorno di acredine, odio e  insulti capaci perfino di soffocare la legittima ironia di chi ha  in archivio battute ritrite e non vede l’ora di tirarle fuori.

Trapauguri

Non dell’umanità, certo, ma del calcio di sicuro. Giovanni Trapattoni è un patrimonio. Ha vinto tanto, perso abbastanza, ma è stato soprattutto un inno all’allegria, un antidepressivo oltre che, come ricordano quelli che con lui hanno giocato, un autentico maestro, un motivatore,  un tecnico che riusciva a farti esprimere al meglio. E’ anche il Trap del fischio, del gatto nel sacco, di “strunz” e delle ritualità ai Mondiali. E’ l’emblema di un calcio un po’ più romantico, più semplice, più genuino di quello col quale ci stiamo confrontando.  E poi il Trap è stato il “mio” primo allenatore, esattamente come Boniperti fu il “mio” primo presidente. Ripenso a quegli anni e mi viene in mente un ragazzino col pallone, un oratorio, pomeriggi di partite, amicizie durature. Tanto mi basta per amare il Trap. Glielo direi, se potessi, oggi che lui compie ottant’anni.

Ai tifosi della Juventus (e agli altri)

Non so come finirà la questione Higuain-Caldara-Bonucci, anche se ho presentimenti. Economicamente, però, è un’operazione che sta in piedi, anzi: è una necessità. Il tifoso sanguigno non ama incondizionatamente: è critico per natura e intransigente. A quello della Juventus, però, vorrei ricordare alcune cose piuttosto banali, utili però a   mitigare le perplessità. Il palmares della società, negli ultimi  anni, parla chiarissimo. Manca la Coppa con la C maiuscola, è vero, ma per vincerla servono centomila cose, incluso essere più forti degli altri;  ma non è detto che questa caratteristica sia ai primi posti della classifica dei bisogni. LA Juventus  è la società che ha venduto incassando e vinto spendendo. Si è privata di Pogba e Vidal, ha regalato Tevez (in realtà assicurandosi Bentancur), ma ha portato a casa giocatori fenomenali, l’ultimo dei quali è, anzitutto, una macchina da soldi che fa lievitare l’immagine nel mondo. E’ la società che ha il suo  stadio, che è quotata in borsa. L’unica, perfino, in grado di  allestire  la squadra B. Ha campioni in erba e talenti pronti a esplodere: se non lo faranno in bianconero, potrebbe succedere altrove, d’accordo, ma sono anch’essi la prova della lungimiranza. In sostanza: da tifoso, ci penserei bene prima di insegnare ad Agnelli a fare il presidente e a Marotta e Paratici a fare il mercato (e pure ad  Allegri ad allenare). Detto ciò, non è affatto detto che si vinca ancora scudetto e Coppa Italia, anzi. Le altre (tre o quattro) non stanno a guardare, pur partendo  un passetto indietro. Potrebbe essere la loro volta, esattamente come, in Champions, la Juventus potrebbe dire la sua. E’ il bello del pallone che rotola. Fin che lo farà, discuteremo, a costo di dover ragionare più di finanza che di fuorigioco.

Qualche cosa su Juventus, tifo e rigori

Scrivo  a bocce ferme quel che avrei (comunque) scritto ieri sera quando le bocce giravano eccome. Real Madrid-Juventus, dunque.  1) la Juventus ha dimostrato di essere forte, ma talvolta occorre  essere impeccabili; 2) all’andata, la partita sarebbe potuta finire 1-3 (su Cuadrado era rigore), ma anche 0-5; 3) il rigore al 93esimo a me è parso piuttosto netto; 4) un arbitro deve giudicare con lo stesso metro in qualunque minuto della partita; 5) Buffon ha giocato benissimo e sbagliato clamorosamente con dichiarazioni che non gli fanno onore, e che posso giustificare solo con la rabbia e l’adrenalina; non è stato, stavolta, il solito ottimo esempio; 6) dire che al Real i rigori si danno e ad altre squadre no è ragionamento infantile e semplicistico, esattamente come quando si sostiene  che, nel campionato italiano, la Juventus è sempre favorita eccetera; 7) tifare contro non sarà galante ma è assolutamente legittimo (in certi casi io lo ritengo addirittura doveroso); 8) la  Juventus ha metà italiani che la amano e metà che la odiano: capisco tanto gli uni quanto gli altri; 9) il Real, sostanzialmente, è più forte della Juventus; 10) il calcio non è mai banale, e la Roma (applausi) lo ha dimostrato.

Oh, Valentina

Sarebbe troppo facile parlare della Signora del calcio. Sarebbe celebrare un altro trionfo, raccontare un miracolo sportivo, esercizio fatto da  ogni commentator, impegnato a parlare di record e a dire che mai una squadra aveva vinto uno scudetto dopo avere conquistato solo un punto nelle prime tre partite. Mi scuserà la Juventus se la tradisco con un’altra signora. Ma oggi, appende il fioretto al chiodo Valentina Vezzali, dopo avere vinto sei ori olimpici, sedici mondiali, tredici europei, in singolo e a squadre. E poi argenti e bronzi. Ha stritolato primati, lei di Jesi, la città della scherma, lei che ha trovato in Italia le sue più agguerrite rivali, lei che, nata nel 1974 nel giorno di San Valentino, ha deciso di chiudere la carriera prima di Olimpiadi alle quali non s’è qualificata, perché s’è imbattuta in  connazionali più forti.  Valentina è stata grazia e aggressività, un po’ come Cassius Clay che pareva volare  e pungeva di brutto mandando al tappeto gli avversari.  Con la Vezzali, mi piace qui celebrare atleti avanti con gli anni ma ancora capaci di imprese, come Totti e Valentino Rossi, il ciclista Gasparotto (fresco vincitore della Amstel Gold Race) e Gigi Buffon, che ha fatto un patto col diavolo e uno con quella Signora  di cui tutto sapete, senza che io ve ne debba tessere virtù.

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